
Le raffigurazioni musicali nella coroplastica della Sicilia greca
(VI-III sec. a.C.)
ANGELA BELLIA
Il lavoro di ricerca ha avuto come oggetto sia la raccolta di informazioni e di documentazione della coroplastica con raffigurazioni musicali conservata presso i musei archeologici regionali e gli antiquaria siciliani, sia la schedatura dei reperti individuati per la stesura di un catalogo.
Si tratta prevalentemente di suonatrici di auloi, tympanon, kithara, kymbala e arpa. A queste si aggiungono una categoria molto diffusa di gruppi di suonatrici.
Le statuette di suonatrici di auloi, modellate con l’aulos in posizione verticale, vicino al corpo, verosimilmente per l’impossibilità di realizzare con la creta la più difficile forma dello strumento proteso in avanti, possono essere distinte in tre gruppi di età arcaica, classica ed ellenistica; lo strumento è raffigurato con canne leggermente divergenti di medesima lunghezza, divergenti con la canna sinistra più lunga; divergenti con la canna destra più lunga.
Delle centocinque statuette di suonatrici di auloi ritrovate in Sicilia settantanove provengono da aree sacre urbane ed extraurbane riconducibili al culto di Demetra e Kore e Artemide, quattordici da abitato, quattro da necropoli, sette sono rinvenimenti sporadici, due sono di provenienza incerta.
Per il gruppo delle suonatrici di tympanon è possibile distinguere due gruppi. Al primo appartengono le suonatrici di tympanon di età arcaica accomunate dalla medesima posizione dello strumento rappresentato tenuto al petto. Al secondo gruppo appartengono le suonatrici di tympanon di età ellenistica con il tympanon accostato al busto e con la mano destra tesa verso lo strumento nell’atto di suonarlo o stesa lungo il fianco.
Il più significativo numero di questa tipologia di suonatrici è attestato nelle aree sacre. Delle ventisei statuette di suonatrici di tympanon ritrovate in Sicilia, diciannove provengono da santuari, due da abitati da porre in relazione con culti in ambito domestico connessi alla sfera sacra demetriaca, due dalle necropoli, due sono rinvenimenti sporadici e una è di provenienza incerta.
Le suonatrici di tympanon rinvenute in Sicilia nelle aree sacre provengono da contesti archeologici collegati al culto di Demetra e Kore e di Artemide.
Appartengono alla tipologia della suonatrice di kithara le statuette di età classica, raffigurate sedute con mano destra posata sullo strumento accostato al busto e con alto polos sul capo decorato con rosette a rilievo, e le statuette di età ellenistica rappresentate stanti con lo strumento tenuto a sinistra sulla spalla, accostato al busto, posato su un supporto e in atteggiamento di danza. Delle nove statuette rinvenute in Sicilia, sei provengono da necropoli, una da un santuario dedicato alle divinità ctonie, una da un abitato e una è sporadica.
Appartengono alla tipologia della suonatrice di kymbala sei statuette di età ellenistica che rappresentano una figura femminile che tiene con le mani i kymbala di forma tronco-conica appoggiati contro le gambe.
Alla tipologia di suonatrice di arpa di età ellenistica appartengono due statuette il cui stato di conservazione consente solamente di proporre che si possa trattare di un’arpa angolare.
Una particolare raffigurazione è quella che ricorre nelle statuette di kourotrophos con la rappresentazione di una figura femminile velata seduta su un diphros con in braccio un bambino che regge il tympanon con la mano destra. I due esemplari provengono da aree sacre di culto ctonio in relazione con la sfera demetriaca.
Alla coroplastica con raffigurazioni musicali appartiene una categoria molto diffusa di gruppi di suonatrici. Il primo esempio proviene da Gela e risale al V sec. a.C., ma le versioni di gruppi di suonatrici sono diffuse soprattutto in età ellenistica; costante è la presenza della suonatrice di auloi posta al centro o lateralmente mentre le altre figure reggono il tympanon e in qualche caso i kymbala. Le figure che non reggono strumenti musicali possono tenere in mano la colomba, un oggetto rotondo, forse fiore o un frutto, reggere un lembo del chitone, verosimilmente in atteggiamento di danza o possono essere raffigurate stanti, presumibilmente come cantatrici. In qualche esemplare si conservano tracce di colore rosso e blu.
Delle sessantotto statuette raffiguranti gruppi di tre figure femminili, ventisette sono state ritrovate in aree sacre in cui è documentata anche un’attività cultuale in relazione con le acque; tale circostanza ha suggerito di riconoscere le Ninfe nelle triadi, ma non si esclude che queste particolari raffigurazioni siano legate ai diversi momenti del rituale sacro e suggerire un’azione compiuta da offerenti.
Ventisei statuette appartenenti alla tipologia sono state ritrovate in abitati. Tale circostanza può probabilmente essere legata alla celebrazione di culti di tipo domestico o all’esistenza di depositi di complessi artigianali.
Numerose sono le questioni che vengono sollevate e che richiederanno approfondimenti futuri, anche in prospettiva interdisciplinare. Da un lato, si pone il problema della comprensione del significato della dedica di questi fittili e della loro relazione con la musica. Strettamente collegata con questo è il tema dell’identificazione di alcune tipologie di figure, in particolare le suonatrici di auloi, le suonatrici di tympanon e le triadi di figure femminili che potrebbero rappresentare divinità, sacerdotesse o semplici offerenti.
Dallo studio è emerso che l’estensione cronologica e geografica delle terrecotte con raffigurazioni musicali può forse essere messa in relazione con le pratiche relative a precisi ambiti rituali e cultuali. Se la presenza della musica emerge con ampiezza dalla documentazione di scavo, essa ricorre invece molto meno di frequente nelle fonti scritte riguardanti
Eppure anche le poche informazioni fornite dai testi sottolineano l’esigenza di approfondire con future ricerche il ruolo della musica nei contesti archeologici a cui è associata la presenza di statuette con raffigurazioni musicali, prendendo in considerazione altri luoghi della Magna Grecia e del Mediterraneo di età greca. I confronti possibili e le eventuali analogie potranno meglio rispondere ad alcune delle questioni sollevate e di certo schiudere nuovi scenari della ricerca.

POGGIO DELL'AQUILA: LE TERRECOTTE E IL SANTUARIO
La pagina dedicata al santuario di Poggio dell'Aquila di Grammichele ospita due contributi, a testimonianza dell'interesse che suscita quest'importante luogo di culto: il primo, di Angela Maria Manenti è dedicato soprattutto ai materiali, mentre il secondo, di Ambra Pace, pur partendo dall'esame dei fittili, affronta problemi di carattere cultuale e di storicizzazione del santuario. (N.d.A.)
Le terrecotte della stipe di Poggio dell’Aquila (Grammichele)
Angela Maria Manenti
Nel Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa sono conservati numerosi reperti provenienti dalla città greca di Terravecchia presso Grammichele, provenienti da acquisti e da scavi realizzati da P. Orsi nel territorio alla fine dello scorso secolo.
Oltre alle terrecotte figurate -almeno trecento - di diversa tipologia, provengono dalla stessa area la famosa grande statua, ampiamente nota, di divinità femminile seduta, identificata con Demetra o Kore, datata alla seconda metà del VI secolo a.C., sedici paterette in bronzo, una laminetta rettangolare in bronzo (con iscrizione in dorico su tre righe: ΔΑΜΑΙΝΕΤΟΣ ΜΝΑΣΙΑ), un frammento di sima dipinta, frammentaria, del tipo delle c.d. “blattstabsimen”,databile tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C.
Molto interessanti la grande statua, e dal punto di vista stilistico, come esemplare della produzione locale, e dal punto di vista cultuale, ed anche le diverse tipologie di terrecotte, databili in un ampio arco cronologico dall’età arcaica, che ripropongono varie problematiche per le iconografie presenti e le connessioni a livello cultuale. Molti di questi esemplari sono stati editi da P.Orsi alla fine del secolo scorso, alcuni sono noti da analisi relative alle varie classi di terrecotte votive, mentre in questo caso, riprendendo lo studio svolto per il conseguimento della specializzazione nel 1995, l'Autrice si propone di rivedere i reperti in modo sistematico, avvalendosi anche delle moderne analisi archeometriche per ricostruire i dati relativi alla provenienza.
Oltre alle protomi, alle statuette di Korai stanti con attributi diversi, di chiaro influsso greco-orientale, varie anche le statuette sedute - alcune del tipo con pettorali- le statuette stanti del tipo della c.d. Artemide corinzia, le offerenti con porcellino, databili dalla fine del VI ai primi decenni del IV secolo, meno numerosi invece i recumbenti e le kourotrophoi. L’atelier locale, attivo e vivace, recepisce certamente gli apporti greco-orientali, così come quelli delle botteghe di Gela, di Camarina, delle colonie calcidesi, da cui probabilmente sono mediati, in qualche caso, anche influssi della coroplastica locrese-medmea, ed elabora una produzione originale, di cui le peplophoroi e i busti – ampiamente noti nella letteratura- segnano, poco prima della metà del V secolo, l’apice della produzione.
Peculiari di questa stipe, presenti con esemplari rari, per non dire unici, anche una statuetta di Hermes kriophoros, quasi una placchetta - per la parte posteriore abbastanza liscia- con caduceo e ariete sulle spalle, databile alla prima metà del V secolo a.C., una mascheretta silenica, una sirena e soprattutto una piccola arula quadrangolare con una sfinge a rilievo in posizione araldica: sono tutti elementi che rimandano ai culti ctoni e riconducono a determinati rituali del culto, che meritano di essere rivisti ed approfonditi, sia alla luce degli studi più recenti, sia in rapporto ai reperti, provenienti dalla stessa località, oggetto degli scavi della soprintendenza di Catania alla fine degli anni ’80.
Anathemata fittili da Poggio dell’Aquila
Storia di un “santuario di frontiera”
di Ambra Pace
La ricerca finalizzata alla tesi di specializzazione discussa presso l’Università degli Studi di Catania, condotta sotto la guida prof. Massimo Frasca, con la correlazione della prof.ssa R. M. Albanese e della dott.ssa Concetta Ciurcina, ha come oggetto lo studio delle terrecotte votive rinvenute presso Poggio dell’Aquila: si tratta delle statuette attualmente esposte presso il Museo Archeologico Regionale di Siracusa, acquistate da Paolo Orsi a più riprese sul mercato antiquario siracusano alla fine dell’Ottocento, e di quelle conservate nei depositi del Museo Civico di Grammichele, rinvenute nel corso di una campagna di scavo effettuata nel 1989 dalla Soprintendenza ai BB. CC. AA. e già oggetto di uno studio integrale da parte della scrivente ai fini della tesi di laurea discussa presso la medesima Università nell’Aprile 2005.
La disamina dei fittili (statuette lavorate a mano, protomi, statuette di tipo greco-orientale, statuette con pettorali, offerenti di porcellino, busti, peplophoroi, ma anche recumbenti, kourotrophoi, e soggetti fantastici) ha consentito, oltre che di indagarne gli aspetti concernenti le caratteristiche tecniche e di produzione, di fissare i limiti cronologici dell’area sacra tra la fine del VII ed il IV secolo a. C., periodo durante il quale il santuario sembra vivere senza soluzione di continuità. È stato altresì possibile tratteggiare, mediante confronti con terrecotte siciliane, magno greche e della madrepatria, le variegate influenze di cui essi sono permeati, per cui a prodotti di importazione si affiancano pregiatissimi esemplari con tutta probabilità di produzione locale che potrebbero attestare la presenza di uno o più ergasteria operanti in loco, ricettivi e attenti agli impulsi esterni ma fedeli ad un’identità stilistica ed iconografica ben definita.
Lo studio degli anathemata, unito alla comparazione dei dati provenienti dalle necropoli e dall’abitato, diviene inoltre uno strumento privilegiato per delineare la fisionomia dell’area sacra, in cui i culti legati al mondo femminile, nelle prime fasi di vita del santuario, conferirono probabilmente a Poggio dell’Aquila, in una prospettiva di “acculturazione” nell’ambito dei contatti tra Greci ed indigeni, il ruolo di un “santuario di frontiera”, ovvero di un luogo di incontro, integrazione e mediazione tra mondi e culture eterogenee, unite nella stessa pietà religiosa. Successivamente, la spiccata caratterizzazione demetriaca, cui l’area sacra sembra andare incontro in seno alla prima metà del V secolo a. C., periodo di acme del santuario, attestata e ben confrontabile in altri siti della Sicilia orientale ed in particolar modo della Sicilia calcidese, non è probabilmente scevra di significato, che ci si propone di indagare nel più ampio quadro del coevo contesto storico e politico.

LA COROPLASTICA ELLENISTICA
DELLA NECROPOLI DEL CASINO - CENTURIPE
Agostina Musumeci
L’indagine archeologica condotta da Paolo Orsi agli inizi del ‘900 nella necropoli del Casino, a Centuripe (Enna) ha riportato in luce una notevole quantità di coroplastica di epoca ellenistica. Di questi scavi fu data notizia in brevi relazioni, cui non fece seguito una estesa pubblicazione. Le indagini sono proseguite fino agli anni ’40 e solo l'ultimo scavo del 1942 è stato pubblicato compiutamente nel
Le terrecotte sono, oggi, custodite nei depositi del Museo Archeologico Regionale di Siracusa in attesa di prossima esposizione e alla cortese disponibilità della sua Direzione si deve lo svolgimento del lavoro da parte della scrivente: lo studio di tali materiali procede, ormai, da diversi anni, sotto la guida del prof. G. Rizza. Dopo aver compiuto la ricontestualizzazione di tutti i corredi, sono state prese in esame soltanto le tombe che hanno restituito terrecotte figurate. Si può pertanto affermare che, su 258 sepolcri della necropoli, portati in luce nel corso delle varie campagne di scavo, solo il 6-7 % presentavano coroplastica. Sono state analizzate circa 200 figurine fittili provenienti da 39 sepolcri, che si dispongono lungo un arco cronologico che va dal III fino al I secolo a.C. I tipi più ricorrenti sono la figura femminile stante, ma anche danzante, figure di divinità come Afrodite e Artemide, Muse o ninfe sedute su roccia. Tra i tipi maschili è attestato il dio Dioniso, figure di Eroti e putti. Non mancano i soggetti riconducibili al mondo del teatro. Tra gli animaletti prevale il tipo della colomba, ma si trovano anche figure di delfini, farfalle, galletti.
L’occasione è stata quella di definire la produzione indigena centuripina, avendo a disposizione materiali da scavo, potendo analizzare un contesto chiuso, quale è sempre il corredo di una sepoltura. L’indagine archeometrica potrebbe confermare definitivamente la natura di questa produzione locale, che finora rimane solo una opinione diffusa, basata su una serie di dati coincidenti ma esterni.
Per quanto riguarda la datazione della nostra coroplastica, è stata importante l’analisi delle associazioni nei corredi tombali, soprattutto la ceramica, che ha offerto dei punti fermi di cronologia, cui agganciare la produzione delle terrecotte figurate. Non è stata, comunque, trascurata l’indagine tipologica, che ha rappresentato il punto di partenza dello studio. Se oggi infatti, si tende a delineare una cronologia indipendente delle statuine, basata sull’analisi del contesto archeologico di rinvenimento, non può nemmeno essere esclusa la ricerca stilistica, sempre utile per indicare il terminus post quem
Un altro punto di interesse offerto dal complesso di terrecotte in esame è stato quello d’interpretare la loro presenza all’interno di una tomba, spiegata in nome di una pratica religiosa individuale. Così in epoca ellenistica i corredi di donne e bambini soprattutto, si arricchiscono di statuine di vario tipo, che vengono deposte come una sorta di “lasciapassare” che serve ad individuare il defunto come un seguace di quelle divinità che promettono la vita oltre la morte.
LE TERRECOTTE FIGURATE DEL SANTUARIO MONUMENTALE
DI CONTRADA SAN FRANCESCO BISCONTI A MORGANTINA
Tra il 1977 ed il
La ricerca sulle terrecotte figurate rinvenute nel santuario, condotta da chi scrive e recentemente edita (S.Raffiotta, Terrecotte figurate dal santuario di San Francesco Bisconti a Morgantina, Assoro 2007), rappresenta il primo approccio scientifico ai tanti materiali venuti alla luce nel sito, ancora in attesa di studio. L’analisi condotta ha confermato l’arco cronologico in cui inquadrare la frequentazione del monumentale complesso sacro (tra la metà del VI ed il III secolo a.C.) e, soprattutto, la sua consacrazione a culti di tipo demetriaco. Quattro i gruppi di fittili individuati tra i tanti reperti esaminati: statuette femminili, protomi, grande plastica ed il gruppo “varia”, un insieme eterogeneo di manufatti (animali, votivi anatomici, terrecotte architettoniche, ecc…) rappresentati da pochi esemplari e tipologicamente non inquadrabili negli altri gruppi.
Tutte le terrecotte analizzate, prevalentemente di produzione locale, rientrano all’interno di tipi già noti nella Grecia continentale e nell’Occidente greco e comuni a tutti i santuari ctoni della Sicilia, sia centro-orientale (oltre a Morgantina, anche Gela, Licata, Agrigento, Butera, Monte Saraceno, Camarina, Vassallaggi, Capodarso, Montagna di Marzo, Enna, Centuripe, Adrano, Francavilla, Naxos, Catania, Lentini, Grammichele, Siracusa, Eloro, etc. …) che occidentale (Entella, Selinunte, etc.…) ed insulare (le isole Eolie, spec. Lipari).
I materiali analizzati hanno offerto una documentazione che, senza soluzione di continuità, si protrae dal VI alla fine del III secolo a.C., consentendo di tratteggiare un repertorio ampio e pressoché completo della produzione coroplastica siceliota. Pur non mostrando, salvo poche eccezioni, caratteri di particolare originalità, le terrecotte figurate da San Francesco Bisconti risultano essere estremamente significative nel testimoniare, passo dopo passo, le principali fasi di vita di Morgantina, dall’ellenizzazione del centro siculo sulla Cittadella (VI sec. a.C.) alla scomparsa dell’elemento greco a seguito della conquista romana della città (fine III sec. a.C.).